Ultimo aggiornamento: 23 maggio 2018 alle 23:31

Il tradimento digitale? Come quello reale, dice la Cassazione. E ha ragione, si mette fine all’ipocrisia

Man texting in bed while his girlfriend in asleep

Il tradimento on line equivale al tradimento reale. Lo ha deciso la Prima sezione civile della Corte di Cassazione – sentenza n. 9384 – secondo la quale chi flirta sui social network può subire la domanda di separazione giudiziale con addebito, proprio come nel caso dell’adulterio reale.

Insomma, anche il coniuge che si ritiene leso da messaggini “hot”, o chat ambigue, può chiedere la separazione per violazione dei doveri disciplinati dall’articolo 143 del codice civile (fedeltà reciproca, assistenza morale e materiale, collaborazione nell’interesse della famiglia e coabitazione).

In questo caso, ovviamente, lo farebbe per tradimento, anche se la legge stabilisce che l’addebito della separazione è possibile solo se l’infedeltà, reale o virtuale, è stata causa della crisi coniugale e non il suo effetto. Le conseguenze, che pochi di coloro che tradiscono o flirtano via smartphone le conoscono, sono pesanti: il coniuge a cui è stata addebitata la separazione perde addirittura il diritto a ricevere un eventuale assegno di mantenimento (alimenti a parte). Il che significa, tra l’altro, che a stare attento a messaggini ambigui deve essere soprattutto chi dei due nella coppia guadagna meno.

Tornando alla storica sentenza: in apparenza, può sembrare una decisione pesante e moralistica, qualcosa persino di ottocentesco. Come si fa a ad addebitare la colpa di un divorzio sulle spalle di chi, magari, si è divertito a chattare, anche se ovviamente in maniera erotica, con un’altra persona?

E tuttavia, al di là delle motivazioni dei giudici, io trovo che si tratti di un’equiparazione giusta, che mette fine a un’ipocrisia evidente. Quella per cui se io, da sposato, vado a letto, per esempio una tantum, con qualcuno “fisicamente” allora commetto una sorta di reato. Se invece passo intere giornate con la mente impegnata su un’altra persona, scambiandomi con lei anche centinaia di messaggi al giorno, mandandole foto hard o contenuti hard, ma senza finirci a letto, allora il mio onore è salvo. Ricorda un po’ chi rimaneva vergine praticando altri tipi di pratiche erotiche: imene intatto, ma non il resto.

Il tradimento, se così lo vogliamo ancora definire con un termine secondo me desueto e sbagliato, è un fatto anzitutto mentale, e insieme sentimentale. Nasce quando la tua testa è occupata, parzialmente e totalmente, da un’altra persona, e insieme il tuo cuore.

Che poi da questa “occupazione” nasca una storia fatta di corpo a mio avviso poco cambia, anzi personalmente ritengo molto più sano e coraggioso “metterci la faccia”, per così dire, e vivere l’adulterio fino in fondo, invece che passare ore a scrivere ossessivamente ad un’altra persona, senza mai incontrarla, guardarla, provare con lei un pezzo di vita reale.

La mia tesi, però, è più radicale. Nel senso che, a mio avviso, lo stesso adulterio andrebbe “depenalizzato”. Addebitare una separazione a una donna o un uomo perché ha “tradito” sua moglie e suo marito è insensato e antistorico. E non solo perché oggi i rapporti sono diventati più fluidi, i legami meno rigidi di un tempo (con conseguenze sia negative che positive, ma certamente c’è maggiore libertà sentimentale e questo è un bene, specie in una società spietata dal punto di vista materiale e lavorativo), ma perché si colpevolizza chi compie un atto evidente, cioè “tradire”, e non chi magari è colpevole di mancanze che non sono visibili: assenza di affetto, indifferenza, rifiuto di avere rapporti sessuali, rigidità, e molto altro. Lo stesso vale, ovviamente, per chi tradisce digitalmente: banalmente, potrebbe essere lui la parte lesa all’interno di un rapporto dove l’altro non lo considera, non lo cura, non lo ama.

Di tradimento e delle sue conseguenze si potrebbe scrivere a lungo. Personalmente, trovo il poliamore un’opzione etica molto più rispondente alla natura dell’essere umano, per il quale un unico rapporto di molti decenni può essere faticoso da portare avanti.

Si può essere fedeli a una persona anche avendo altri rapporti, si può amare una persona anche amandone, diversamente, altri, proprio come una madre un padre amano i propri figli. Ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano.

Di sicuro però, anche restando nel quadro normativo del matrimonio, è giusto che finalmente si trattino i rapporti digitali come i rapporti reali. Ormai fanno parte della nostra vita, e dunque le loro conseguenze stanno dentro la nostra esistenza. E dunque, ancora: la sentenza della Cassazione è giusta, perché mette fine a una ormai intollerabile ipocrisia.

di Elisabetta Ambrosi

Huffington Post

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